RICCARDO LUCHINI
"Riccardo Luchini. Città dissolte"
Dal
30 gennaio 2010
Al 11 febbraio 2010
Al 11 febbraio 2010
Vernissage: 30 gennaio 2010 Ora: 17:00
Presso:
Galleria "Arianna Sartori"
via Cappello, 17 - Mantova - (Mantova)
Galleria "Arianna Sartori"
via Cappello, 17 - Mantova - (Mantova)
Recapiti telefonici:
Tel e Fax: 0376 32.42.60
Tel e Fax: 0376 32.42.60
Orario spazio espositivo:
10.00-12.30 / 16.00-19.30. Chiuso festivi
10.00-12.30 / 16.00-19.30. Chiuso festivi
Andando verso le città dissolte
(…) Città che non facciamo più in tempo a vedere: lambite sempre dalla nostra corsa folle d’essere altro-ve. Città che non più amate, perdono anche la loro consistenza reale. Non sprofondano, come dopo un ca-taclisma; si direbbe piuttosto che si dissolvano: o meglio che qui siano colte proprio un istante prima di sparire: quasi che un soffio di vento bastasse a spazzar via queste loro apparenze di cenere. Se non vi fos-se il pittore a catturarne l’ultima parvenza, al limite del visibile: memoria tesa che tutto vorrebbe in se trattenere e salvare di questa loro effimera esistenza. Come se, sul punto di dover soffrire questa loro per-dita definitiva, egli fosse l’unico - consapevole - ad accoglierne l’addio, struggente e senza ritorno; e non potesse far altro che, febbrilmente, stenografarne le più intime giunture segniche e quelle loro estreme ac-censioni cromatiche. Quasi così ad impedirne la dissolvenza finale.
Sarebbe comunque fuor di luogo confondere questa più recente poetica della fugacità, frutto di una lun-ghissima decantazione formale, con qualsiasi facile registrazione aneddotica dell’immediato. Chi volesse rinvenire la prima matrice di queste struggenti visioni urbane in quelle che furono le denuncie di un Rea-lismo esistenziale di mezzo secolo fa, o nelle mutazioni del mondo delle cose che colse la Nuova Figura-zione, dovrebbe innanzi tutto constatare come questa pittura di Luchini, piuttosto che emularle, chiuda invece le ipotesi linguistiche di quella temperie artistica con un suo riscontro definitivo. Di fronte alla no-stra attuale perdita del sentimento del reale, in Luchini, non v e protesta, denuncia o ribellione. V’è piut-tosto uno sguardo d’intima sofferenza e di pietà; essendo, invece, la sua una pittura silente, che in sé trat-tiene il respiro della vita che si smarrisce.
Una pittura che agglutina le emozioni, ne fa tesoro - e ancor prima di palesarcele - le stratifica e le na-sconde dietro la densità delle sue molteplici rivelazioni di colore - segno. Cosicché quella che a prima vi-sta noi percepiamo quale momento fugace al limite del suo apparire, a ben osservare, ci si accorge, inve-ce, d’esser di fronte alla cangiante mobilità d’un magma emotivo ove ancora, incandescenti, balenano gli stati d’animo. Ad uno specchio che accoglie nei suoi riverberi senza fondo la nostra più instabile espe-rienza delle cose. Ed ecco allora come, di visione in visione, una città dopo l’altra ci riserva il dono della sua ultima solitudine. Con selve incerte di palazzi - caserme - grattacieli che s’assiepano sullo sfondo: as-saliti dai grigi che ormai già li stanno divorando, malfermi, galleggiano su dilavate ombre mobili d’asfalto; oppure, ormai irraggiungibili, si dileguano laggiù, al limite d’una sterile brughiera.
Anche ciò che resta della nuda carcassa di qualche opificio industriale abbandonato si direbbe che vibri ancora dei rumori che l’hanno attraversato. Torri, ponti, scale, cin¬ghie slabbrate ormai sul punto dell’ultimo crollo. Con quei grumi umanissimi di bruni ed ocre squillanti, come ancora impastati di sole, fatica e sudore (Cancasseur, 2001). Anche l’armoniosa veduta d’una Viareggio contemplata dall’alto, co-sì a lungo portata nel ricordo, adesso - forse più nella percezione comune che nell’intimo sguardo del pit-tore - s’è slavata, sfuocata e incupita in una landa di desolata infinitudine, (Laggiù, di là dal molo ed ol-tre, 2002); come se la ruggine della sua stessa stanchezza d’esistere avesse contagiato persino il volo del-le grandi nuvole e delle lingue di mare spento dalla loro migrante opacità. Anche le sagome ravvicinate dei cantieri, o il profilo di darsene in lontananza, s’accampano sullo schermo visivo-pittorico con un va-riopinto dispiegarsi di strutture concitate. Quando mai prenderanno il mare questi lunghi scafi (forse do-mani yachts elegantissimi), le cui viscere intricate e incompiute ancora non hanno trovato una forma fina-le; ed allo stesso tempo mostrano quale travaglio si celi dietro ogni forma compiuta (Darsena 2, 2007)?
Andando verso l’ultimo incanto degli oggetti
A dire il vero, una tale modulazione degli spazi aperti in cui s’afferma e si consolida questa poetica della fugacità d’ogni apparenza, nella storia stilistica di Luchini, risale a molto lontano. Forse già da decenni, nell’appartato spazio del suo studio - essendo divenuta ormai improbabile se non impossibile, per lui, o-gni riposata ed estatica contemplazione degli oggetti, di morandiana memoria, con dolorosa sorpresa ha scoperto di quanto problematico, incerto e provvisorio risultasse, in fine, il nostro dialogo con gli oggetti e le cose. Non dissimile, in fondo, da quello che a fatica si stabilisce con i nostri simili. Anche le cose tradiscono, infatti, - al pari di quella della creature che incontriamo - una sorta di forma cangiante, di spe-cies - anima inafferrabile. Un’apparenza che a noi si dona immersa nell’incessante variar della luce che ce le mostra o del ricordo che, intermittente ce ne restituisce sempre un aspetto mutato.
Anche le cose, per esistere, esigono attenzione ed amore; altrimenti finiscono per dissolversi, come le cit-tà che ci spariscono dallo sguardo: quali non fossero mai esistite, se cessiamo di contemplarle. In fondo, quale reale diversità di ritmo compositivo è rintracciabile fra la dirompente sintassi spaziale di “Silos, 2003” e quella così sghemba e divaricante di “Angolo dello studio, 2000”? In entrambi i casi, lo spazio assume un dinamismo centrifugo ed esplosivo. Diresti, nel primo caso, che in questo irrompere (dileguar-si?) della massa degli opifici, sia la stessa intima coesione della materia a venir meno; così, come nel se-condo, sembra lo spazio stesso esplodere e dilatarsi, strappando umili gruppi d’oggetti alla dolcezza della loro quiete ed un colloquio certo di forme stabilizzate, sin quasi a scaraventarle fuori dal campo della stessa tela. (…)
Cordoni Giuseppe, 2008
L’artista è il primo a essere coinvolto in episodi di memoria che lo stimolano a innamorarsi del modello base della propria pittura: un atteggiamento provocato forse dal timore di attenuarne o addirittura di per-derne le tracce, solo che accenni a una più vasta tipologia di scelte. Per cui il mobile ligneo, elemento ri-petitivo anch’esso privilegiato nella scena offerta dall’ambiente studio nel quale convivono i modelli e le immagini, può arricchirsi solamente di tentativi cromatici leggermente più “arditi” che toccano l’oggettistica ritualmente sovrappostagli. E solo quella. O al massimo, così come accade nelle più recenti “avventure” maturate in quella sorta di paradiso delle mezzetinte che Luchini giustamente non vuol per-dere, il punto di osservazione arretra di qualche passo per abbracciare più ampiamente quel regno della solitudine. Né la presenza di un nudo, improvvisamente piombato con scarsa convinzione tra i cavalletti e i barattoli, riesce a modificarne l’atmosfera che è incorruttibile Tuttavia, ad evitare che questa pittura of-fra la sensazione di uniformità tematica rischiando di apparire monotona anche se in realtà monotona non è, interviene oggi qualche variante dei soggetti ad allentare la ripetitività che puù sembrare ossessiva. Ed è invece fascinosa. Come in un catalogo morandiano osservato alla luce ovattata di un abat-jour da seces-sione”
Tommaso Paloscia, 1993
Considero questi paesaggi e questi oggetti, allineati nell’aria e sospesi al filo della memoria, delle alte pagine di poesia, elementi logorati dal tempo già prima del loro nascere, sacrificati ad una loro scontata macerazione fisica. Il riscatto viene operato da Luchini nel momento che l’apparizione si fa così ambizio-sa da apparire mossa da uno struggente attaccamento alla vita, cioè alla loro incerta presenza sulla tela. Siamo al limite della realtà, a metà strada tra l’indugio memoriale e l’urgenza impellente della vita, che testimonia però una fase di continua rinascita alla vita dell’arte. I valori estetici permangono e permar-ranno finché giovani artisti continueranno a lavorare così, rinnovando perfino una tradizione nobile come quella versiliese, apportandovi elementi tecnicamente diversi ma capaci di suscitare ancora emozioni in chi li guarda. Con Luchini siamo fuori dalla superficialità, ogni grumo è semanticamente ricco di signifi-cati plurimi, legati sempre ai simboli sull’orlo del loro abisso e come tutti gli abissi attraente per sugge-stioni e rischi. Dal mare del colore emerge la materialità delle cose comuni a cui improvvisamente ci lega un comune destino di disfacimento. Credo che esistano dei seri motivi per guardare a questa pittura con estrema attenzione”.
Dino Carlesi, 1990
Nel caso di Luchini la temperatura espressiva decisamente si alza, anche se mai si manifesta in segnali di fuoco. La materia appare un impasto denso e sedimentato, il colore tende alla monovalenza, su una gam-ma di tonalità basse, dominando i bruni e le terre bruciate, i passaggi dall’ombra alla luce non sono in qualche modo rilevabili come stacchi di aree pittoriche, ma consistono in variazioni intrinseche alla mate-ria, e dunque il clima pittorico appare particolarmente idoneo a rappresentare momenti di intensa esplica-zione esistenziale. Luchini sta a mezza via tra la realtà che diciamo riconoscibile e quella della pura mate-ria pittorica di assegnazione informale. Questa sua posizione liminare non è irresolutezza o incapacità di scegliere una delle due parti. Anzi, essa esprime in modo assai convincente uno dei temi centrali della meditazione sul destino che trova nella pittura, in quel baluginare dell’immagine tra l’essere e l’estinguersi, la sua inquietante e intrigante metafora visiva.
Nicola Micieli, 1994
La poetica delle piccole cose e la “pietas” per quanto accompagna silenziosamente l’uomo nel suo abitare la terra, sono forse il tratto più significativo del lavoro pittorico di Riccardo Luchini. In lui c’è una spic-cata abilità nel far parlare gli oggetti con la loro voce più segreta, assemblandoli in composizioni di sotti-le poesia, venata di malinconie e di ripensamenti. Luchini, al pari di un antico poeta romantico, ricerca le essenze e le veste della propria sensibilità, badando soprattutto al contenuto sentimentale del messaggio, la tecnica è sofisticata, molto personale, come impone questa sua arte fatta di silenzi e di brevi frasi appe-na sussurrate”.
Paolo Levi, 1995
Aveva tentato di reagire al fascino della pittura frequentando a Pisa la facoltà di medicina, ma la passione ha preso il sopravvento sulla ragione e la strada che Riccardo Luchini ha seguito è stata quella di dipinge-re che è a livello professionale, pur usufruendo dell’appoggio dell’insegnamento. Si tratta di una pittura autonoma in un linguaggio figurativo che rifugge dalle follie mimetiche nelle quali è coinvolta per buona parte l’arte figurale di oggi. Misurati i rapporti tonali vi regolano, con legge ferrea, la rappresentazione di un universo tutto racchiuso nell’area dello studio: “interni” nel grigio come colore dominante, e dove i tavoli di lavoro e gli strumenti con i quali l’artista pone in evidenza discreta e cauta le “sue” realtà, sono i soli modelli attraverso i quali egli traduce le invenzioni suggeritegli dall’immaginario. Quei suggerimenti prendono vita nella penombra evitando orge celebrative, per cui è più facile che l’osservatore superficiale derivi una sensazione non corretta di disfacimento sensazione che dev’essere frutto di reazioni inganne-voli alla rastremazione del colore in cui Luchini lascia appena avvertire le sue immagini non descritte. E tuttavia all’analisi attenta quelle immagini si fanno simboli di vita nascente e non di agonia poiché nell’ambiguità la mano capace di Luchini opera a suo agio. E utilizza l’incertezza della penombra per co-struire i suoi ambienti che vanno articolandosi fra sogno e realtà...”.
Tommaso Paloscia, luglio 1999
Riccardo Luchini
Nato a Milano, è docente presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara. Vive e lavora nella provincia di Lucca.
Partecipa da più di vent’anni alle mostre e rassegne artistiche.
Esposizioni recenti:
2002 - Galleria Colosimo, Lamezia Terme, personale.
2003 - Antico Spedale S. Antonio, Signa (Fi), personale.
2003 - Donazione Regione Toscana, Palazzo Panciatichi, Firenze.
2003 - Galleria l’Incontro, Cosenza, Personale.
2004 - Arte Fiera, Padova, Galleria Lazzaro by Corsi, Milano.
2004 - Arte Fiera, Bari, Galleria Lazzaro by Corsi, Milano.
2005 - Arte Fiera, Parma, Galleria Lazzaro by Corsi, Milano.
2005 - Arte Fiera, Padova. Galleria Lazzaro by Corsi, Milano.
2006 - Arte Fiera, Parma, Galleria Lazzaro by Corsi, Milano.
2006 - Chiostro San Francesco, Sarzana (Sp), personale.
2007 - “Gruppo dei Sette”, Galleria Lazzaro by Corsi, Milano.
2007 - Sala Balestrieri, Portovenere (Sp), personale.
2007 - Galleria Bottega dei Vageri, Viareggio (Lu), personale.
2007 - Saletta Del Dotto, Camaiore (Lu), personale.
2007 - Arte Fiera, Reggio Emilia.
2008 - Arte Fiera, Genova.
2008 - Galleria Europa, Lido di Camaiore (Lu), personale.
2008 - Galleria Monteforte, Forte dei Marmi (Lu), personale.
2008 - Palazzo Cerretani, Regione Toscana, Firenze, personale.
2008 - Arte Forte, Forte dei Marmi (Lu), Bottega dei Vageri, Viareggio (Lu).
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